La storia di Albizzate va inserita nel contesto della civiltà del Seprio che vede oggi nelle rovine di Castel Seprio la sua più celebre e meglio conservata testimonianza.

Le prime civiltà della Valle dell'Arno
Le prime abitazioni di tipo lacustre che si registrano si trovano nella zona di Besnate e sono datate fra il 2.500 e il 1.000 a.C. Sono abitate da cacciatori-contadini, abili artigiani d'osso, pietra e argilla. Si parla di una vera e propria "Civiltà agricola della Lagozza". Proprio a Besnate si sono rinvenuti numerosi reperti che ne testimoniano l'esistenza: tazze, scodelle, pettini di legno, zanne di cinghiale, selci taglienti.
Probabilmente molti resti di queste lontane civiltà si trovano ancora sotto cumuli di terra nel cuore della Valle del torrente Arno. Nel 1974 a Solbiate Arno sono stati rinvenuti una lama, un nucleo di selce ed un'ascia in serpentino, sicuri indici della presenza di insediamenti preistorici lungo la Valle dell'Arno. Oggi questi reperti sono allineati con cura nelle vetrine del museo civico della Società di studi patri di Gallarate.
Tra il 1.000 e il 500 a.C. durante quella che è chiamata l'età del ferro emerge la "Civiltà di Golasecca", caratterizzata da villaggi recintati sulle rive dei laghi e dei fiume, il particolare lungo il Ticino.

I Galli insubri e l'altare dei sacrifici in piazza IV novembre
Attorno al 500 a. C. da Occidente giungono le tribù celtiche dei Galli boi, Senoni e Insubri che si insediano in tutta l'Italia settentrionale. Ai Galli insubri si devono la nascita dei villaggi di capanne che con i secoli diventeranno i paesi della Val d'Arno: la capitale Subrium (Castel seprio), Area Gallorum (Gallarate) e soprattutto numerosi villaggi fortificati, che prendono il loro nome dalle tribù che li abitavano come Montunates (Montonate).
Proprio dagli Insubri viene la coscienza di un'entità territoriale autonoma chiamata "Seprio", i cui confini per secoli saranno compresi tra due fiumi, il Ticino e il Seveso.
Un'importante testimonianza degli antenati Insubri si trova in piazza IV Novembre, nascosta nel piccolo fazzoletto verde che sta dirimpetto al vecchio Istituto San Luigi: un'ara votiva, per sacrifici rituali, sulla cui pietra i Galli posero un'iscrizione in latino, la lingua dei vincitori romani. Si tratta di una dedica di un certo pio Lovanio che abitava il territorio dell'attuale paese di Montonate al dio Giove, responsabile degli eventi metereologici e dei buoni raccolti. Un ex-voto per chissà quale "grazia ricevuta".

I Romani e Villa Albuzia: l'origine del nome "Albizzate"
Attorno al 189 a. C. le legioni di Roma conquistano Mediolanum, dando avvio a una massicia opera di colonizzazione della "Gallia cisalpina" e quindi del Seprio e della Valle d'Arno, con disboscamenti e centuriazioni dei terreni.
I Romani, dopo aver costruito mura e torri attorno all'antica Subrium (così da divenire Castrum Subrium), provvedono a controllare di qui i minuscoli villaggi sparsi nella foresta ed abitati dalle tribù dei Galli, perchè assimilassero lingua e religione e dessero il loro contributo di sangue e di fatica all'impero di Roma.
All'epoca della nascita di Cristo risale una casa rurale, sorta nei pressi della riva dell'Arno, completa di stalle e pagliericci per la servitù, di proprietà della potente "gens Albucia", da cui pare venga l'appellativo di "Villa Albuciatis".

476 d.C. Tramonta l'impero romano d'Occidente, fiorisce il Seprio
Avvicinandoci alla caduta dell'impero romano il Seprium inizia la sua decadenza per uno sfruttamento parassitario delle sue risorse a vantaggio di Roma, Mediolanum, Comum. In questo caso la campgna viene spremuta per sopperire alle difficoltà di approvvigionamento della città.
L'avvento dei cosidetti "barbari", le popolazioni che abitavano il nord Europa, determina la caduta di Roma (nel 410 d.C. l'urbe viene saccheggiata dai VIsigoti e nel 476 l'ultimo re di Roma Romolo Augustolo viene deposto dal sciro Odoacre), ma in parallelo costituisce la premessa per il rifiorire del Seprium.

Arrivano i Longobardi, il nostro territorio diviso in tribù
Fra il 568 e il 569 penetrarono in Italia i Longobardi, una carovana di 120.000 persone, un popolo di guerrieri di lingua germanica provenienti dalla Pannonia (l'attuale Ungheria). Per la storia della nostra penisola si trattò di una fase del tutto nuova, la prima esperienza di dominazione da parte di un popolo germanico. Questo popolo di guerrieri passarono dai nostri laghi prealpini, superarono il baluardo fortificato di Castrum Seprium e seminarono il terrore. Fondato il regno di Longobardia, i Longobardi organizzano il territorio in Tribù o fare, ponendo un duca guerriero a dominare le vecchie proprietà latifondiste. La Fara del Seprium ha la capitale amministrativa, militare e giudiziaria in Castrum Seprium che riceve un notevole impulso e si arricchisce di un grosso borgo di capanne e di monumenti religiosi.
Desiderio, ultimo re longobardo, nel 756 conia nella zecca di Castelseprio una moneta aurea, la "Flavia seprio", ma rimane famoso in quanto padre di Ermengarda, la moglie del capo dei franchi e futuro imperatore del sacro romano impero Carlo Magno.

Carlo Magno e il contado del Seprio
Carlo Magno pone a Castel Seprio, al posto del duca, un suo conte, fedele all'imperatore, cui deve la servitù militare. Gli uomini vengono reclutati dalla servitù della gleba costituita dai "villani" dei borghi disseminati nel Seprio. Tra questi borghi c'è anche Albizzate.
Non dobbiamo commettere l'errore di immaginare il borgo del Seprium con i confini dell'attuale paese di Castel Seprio. All'epoca di Carlo Magno i confini del Seprium erano molto più estesi e andavano dal Monte Ceneri a Parabiago, dal lago Maggiore al fiume Seveso, fino a sfiorare Mediolanum.

La travagliata vicenda di Alpicario, conte di Albizzate
Un piccolo villaggio sulla riva dell'Arno assurge per la prima volta agli onori della storia. Ne troviamo traccia in quattro pergamene oggi conservate nel museo diplomatico dell'archivio di Stato di Milano.
Questi documenti vergati da notai milanesi su pelle di pecora avevano un valore storico giuridico e testimoniano la travagliata vicenda del conte Alpicario per il possesso di quelle terre che oggi possiamo assimilare al nostro paese. Dalla prima pergamena risulta che nell'anno 807 il conte Alpicario prendeva possesso in Albizzate, Sumirago, Quinzano, Caiello e Germignaga di boschi, vigneti, prati e di trenta famiglie di servi.
Nella seconda pergamena risulta che Alpicario, mandato nel 817 ambasciatore in Dalmazia, è costretto appena tre anni dopo a fare causa a un prete, un tale Raghipert, diacono di Rozzano, il quale in sua assenza si era appropriato dei possedimenti sepriesi.
Il conte se la cava solo esibendo la "cartula" precedente dinanzi al giudice Leone, in San Nazario a Milano. Ma Alpicario non potè nulla nell'842, quando morto Carlo Magno, sostenne la successione di Lotario a imperatore. Sul trono ci salì invece Ludovico il pio e questo segnò la fine della sua carriera diplomatica. Alpicario fu costretto a sottoscrivere gli atti della terza e quarta pergamena con i quali donava "di sua spontanea volontà" le nostre terre al monastero di Sant'Ambrogio in Milano.

Un ritratto di Albizzate in epoca carolingia
E' proprio da queste quattro pergamene che emerge un primo ritratto di Albizzate, all'epoca un minuscolo borgo rurale del Seprio, nascosto tra le selve di una collina, al confine con il contado di Stazzona (l'attuale Angera), culla dei futuri Visconti, e la strettissima pianura alluvionale dell'Arno.
Gli scarsi albizzatesi, una cinquantina di persone, comprati insieme al resto della proprietà per sette libbre d'argento, abitavano in qualità di servi le poche case di pietra e di legno, immerse nella folta vegetazione.
Il lavoro non mancava: si allevava bestiame grosso e minuto, si tagliavano ogni due anni i rovereti e i faggeti per farne fascine, ogni quattro anni si tagliavano i castagneti per farne pali atti a sorreggere le viti, si aravano le terre attorno ai torrenti Tenore e Arno.
Gli albizzatesi non erano solo grandi lavoratori, ma partecipano di un diffuso senso religioso. Allora sono documentate le visite che gli albizzatesi facevano al santuario di Santa Maria fuori le mura di Castel Seprio per far benedire le donne, pregando per la buona salute dei propri figli che dovevano essere forti per il lavoro nei campi.

Fine dell'autonomia del contado del Seprio
Nel 961 quando Ottone I di Sassonia sconfigge Nantelmo da Rostanno, conte del Seprio, finisce l'autonomia del Seprio e con essa l'epoca di splendore iniziata con l'arrivo dei Longobardi. I castelli che all'epoca dominavano il contado vengono abbattuti eccetto quello di Castel Seprio ben difeso dalle sue possenti mura, che scendevano giù fino alla riva dell'Olona.
Un altro documento del museo diplomatico di Milano ci riguarda da vicino. Si tratta di un diploma imperiale firmato da Ottone III e datato 12 agosto 997 con il quale l'imperatore faceva omaggio di Albizzate al conte di Angera.
Passano poco più di due secoli e arriva l'ultima ora anche per Castel Seprio. Il 25 marzo del 1287, festa di S. Maria e fiera del Seprio, alcuni pastori ossolani chiedono di riparare le proprie mandrie entro le mura. Di notte, venerdì 28 marzo, uccidono le guardie e aprono le porte del castello.
Le truppe viscontee prendono così Castel Seprio e demoliscono la fortezza dalle fondamenta, lasciando in piedi solo le chiese. Ottone Visconti impone ai suoi successori il giuramento che nessuno torni ad abitare sulle rovine.
Dove finisce la storia del Seprio, inizia la dominazione della signoria dei Visconti sulla valle dell'Arno.

I Visconti di Albizzate e il primo ritratto dei nostri antenati
Nel 1288 Pietro di Gasparo Visconti con l'atto di concordia tra Visconti e Torriani riceve il borgo di Albizzate. Qui sorge la Villa del conte, dove ben presto le 30 famiglie albizzatesi vengono assoldate al servizio dei Visconti. A fianco di questa villa, oggi non più visibile, sorge per opera di Pietro Visconti una cappella, in stile romanico, dove un centinaio di anime ogni giorno imparano a pregare di Dio e a offrire il frutto del loro lavoro nei campi ai Visconti.
Quelle trenta famiglie albizzatesi continuano a lavorare la terra, ad abitare in tuguri di fango e paglia. La storia è ancora la storia dei grandi nomi, dei Visconti che girano la penisola come podestà nei vari comuni che sorgono principalmente nell'Italia settentrionale. Fino a quando il prete cappellano dei Visconti comincerà a segnare nei suoi registri nascite , battesimi, matrimoni e morti e consegnerà alla storia i nomi di quei lontani albizzatesi: Tadeo, Bassano, Pestoleto, Pioto. Non è difficile oggi ritrovare in quei nomi personaggi illustri della storia più recente del nostro paese.


Bonifacio VIII ad Albizzate
Dovettero restare di sasso i nostri antenati quando un giorno del lontano 1380 si videro ritratti sui muri dell'Oratorio Visconteo, insieme con Giovanni Battista e Ludovico di Tolosa, vescovo e principe d'Angiò. Gli affreschi conservano anche un valore artistico in quanto sono frutto del lavoro di pittori della scuola di Giotto.
Nelle storie di Ludocivo, principe d'Angio, affrescate sulla parete di destra dell'oratorio compare nientemeno che la figura più discussa dell'epoca: papa Bonifacio VIII, il papa che istituì il giubileo, che fu accusato di aver ucciso il suo predecessore Celestino, che si prese il famoso schiaffo ad Anagni, sbeffeggiato dai giullari e consegnato alla pubblico ludibrio da Dante Alighieri.
Di certo gli albizzatesi dell'epoca poco sapevano delle vicessitudini di papi e cardinali e di sicuro gli fu difficile associare quel volto femmineo e angelico dipinto sui muri al papa di turpi costumi che ci ha tramandato la storia.
L'oratorio visconteo si trova a a fianco della Chiesa in piazza IV novembre. Di solito resta chiuso ma durante le feste comandate e durante le giornate del FAI le porte vengono aperte. Merita ancora oggi una visita.